Nelle scorse settimane ha suscitato un ampio dibattito la decisione degli organizzatori di Più libri più liberi di subordinare la partecipazione degli editori alla sottoscrizione di una dichiarazione di adesione ai “valori” dell’antifascismo, scelta successivamente ritirata. Al di là della vicenda in sé, ciò che colpisce è il riflesso quasi automatico di chi continua a concepire la cultura come uno spazio da presidiare, delimitare e legittimare attraverso criteri di appartenenza. Non è un fenomeno nuovo.
Antonio Gramsci aveva intuito che il potere si conquista anzitutto sul terreno della cultura. La scuola, l’università, l’editoria, il giornalismo, gli intellettuali: sono queste le “casematte” attraverso cui si forma il senso comune di un’epoca. Non sorprende che oggi Gramsci venga letto e studiato anche in ambienti lontani dalla sua tradizione politica: comprendere il funzionamento dell’egemonia culturale significa comprendere una delle principali forme del potere moderno.
La nostra prospettiva, tuttavia, è diversa.
Non ci interessa conquistare un’egemonia culturale nel senso gramsciano del termine, né occupare le casematte della cultura o amministrare il consenso. Ancora meno ci interessa ottenere patenti di legittimazione o riconoscimenti da parte dell’opinione pubblica.
Ci interessa contribuire alla formazione di una cultura egemone. Una cultura che non sia tale perché sostenuta da apparati, istituzioni o maggioranze, ma perché fondata sulla superiorità dei principi che esprime. Una cultura che tragga la propria autorevolezza dalla fedeltà alla Tradizione e non dalla ricerca del consenso.
È una differenza sostanziale.
L’egemonia culturale è un progetto di organizzazione del potere. La cultura egemone è invece il naturale irradiarsi di una visione del mondo che trova nella propria verità la ragione della sua permanenza.
Per questo motivo il nostro lavoro editoriale non consiste nell’inseguire l’attualità, né nel partecipare alle polemiche del momento. Esso consiste nel costruire, libro dopo libro, un patrimonio di opere capaci di testimoniare la visione del mondo tradizionale.
È da questa convinzione che è nato anche Scripta Manent.
Non come strumento di conquista dell’egemonia culturale, ma come luogo d’incontro per la costruzione di una cultura egemone. Un’occasione per riunire editori, autori, studiosi e lettori accomunati dalla consapevolezza che le idee non si affermano attraverso l’occupazione degli spazi di potere, ma attraverso la loro capacità di parlare alle coscienze e di durare nel tempo.
Se l’egemonia culturale, nel senso gramsciano, consiste nella conquista delle “casematte” della società, Scripta Manent nasce invece dalla convinzione opposta: che una cultura realmente egemone non abbia bisogno di occupare le istituzioni per esercitare la propria influenza. Le basta custodire, approfondire e trasmettere principi che non dipendono dalle mode né dal consenso.
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