“Donna e Sacerdotessa” – Estratto da Fuoco #12

Tratto dall’articolo “Donna e Sacerdotessa” scritto da Elio Della Torre per FUOCO #12 in presentazione al libro “Mario Polia – La Donna Romana: Mater et Sacerdos”

Considerato il panorama culturale e sociale contemporaneo, parlare di donna oggi è un affare assai serio. E l’argomento da scivoloso può diventare anche rischioso se si parla di donna con riferimento a una società tradizionale – da leggersi secondo i progressisti con ‘patriarcale’ – quale fu Roma, la quale, se viene elogiata anche dai corifei dell’intellighenzia per la sua grandezza militare e organizzativa (Quando eravamo i padroni del mondo. Roma: l’impero infinito è il titolo eloquente di un recente libro di Aldo Cazzullo promosso da Il Corriere della sera), quando si tocca l’argomento familiare e il ruolo della donna, diventa improvvisamente un tabù su cui è meglio soprassedere.

La conosciamo tutti la litania ripetuta da lorsignori nel merito: la donna a Roma – così come in generale nelle civiltà antiche – valeva meno di niente, era succube dei padri e dei mariti che la rinchiudevano in casa ad accudire i figli e controllare il focolare domestico mentre loro si dedicavano alle faccende politiche e militari. E solo quando la donna era resa libera di assecondare i suoi vizi e le sue voluttà licenziose, Roma presenta profondi caratteri di modernità che la rendono interessante ai loro occhi.

Ma non serve aver studiato Istituzioni di diritto romano all’università per apprendere che le cose stavano diversamente. Sarebbe sufficiente leggere l’ultimo libro di Mario Polia su La donna romana. Mater et sacerdos pubblicato per Cinabro Edizioni e dedicato al tema del rapporto tra la donna e il sacro nella Roma delle origini. L’opera ci presenta un quadro chiaro e lineare: Roma ha avuto un’alta considerazione sociale e giuridica della femminilità quando essa era informata dal sacro e dalla spiritualità su cui erano fondate tutte le sue istituzioni pubbliche. Delle molteplici possibilità insite nella natura femminile, Roma privilegiò il ruolo sacerdotale e materno: e tanto più la donna assolveva ai doveri di uno di questi due statuti – in quanto sacerdotessa o in quanto madre – tanto più otteneva una libertà sul piano giuridico e una considerazione sul piano sociale, secondo una logica tipicamente romana per cui i diritti e le libertà si accrescevano con il grado di responsabilità e i doveri assunti.

Ci limiteremo ad alcuni esempi di ordine giuridico e sociale. 

Le vestali – che rappresentavano la più alta via di realizzazione della donna in quanto sacerdotessa – erano esentate dalla tutela perpetua di un maschio cui erano sottoposte tutte le donne non già assoggettate alla potestà dei padri o dei mariti. È un giurista romano a tramandarci tale precetto: dalla tutela muliebre sono «escluse le vergini Vestali, che anche gli antichi vollero libere in onore del sacerdozio». Anzi, le figlie si liberano dalla potestà dei padri, non solo attraverso l’emancipazione, come per i maschi, ma anche «quando divengono Vestali».

Analogamente, le madri di famiglia, generalmente sottoposte alla potestà dei mariti-padri di famiglia, godevano di uno speciale statuto giuridico, per cui alla ‘maestà’ del padre corrispondeva una ‘maestà’ della madre: l’esempio più alto della via della donna in quanto madre era incarnato dalla Flaminica, moglie del Flamine di Giove, il cui matrimonio rappresentava il modello coniugale romano sullo stampo di quello, appunto, tra Giove e Giunone. Come il pater familias aveva nell’ordine familiare una posizione di preminenza rispetto agli altri uomini, così alla mater familias veniva riconosciuto un particolare primato nei confronti delle altre donne e degli altri membri della famiglia: non era sottoposta al diritto di vita e di morte di cui i padri erano titolari sui figli, non era assoggettata al potere di vendita che gli stessi esercitavano sui figli, era considerata ‘signora della casa’ anche quando era formalmente di proprietà del marito e, infine, alla morte di quest’ultimo avrebbe ereditato il suo patrimonio al pari dei figli.

Il grado di libertà e dei diritti ottenuto dalla donna era, dunque, proporzionale all’assunzione dei doveri come sacerdotessa e come madre, secondo uno schema prettamente tradizionale di cui i moderni faticano a comprendere i contenuti e i significati e che mutatis mutandis valeva anche per gli uomini. E, si badi bene, per ‘madre’ non si intende solo la donna che fisicamente dà alla luce dei propri figli, bensì anche – e soprattutto, ben più della mera attività riproduttiva – rileva la ‘maternità spirituale’, ossia la donna che si fa carico di alimentare e trasmettere, infondere e formare la spiritualità, la pietas nella comunità […]

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