Il GIOVANE DEGRELLE – Estratto da “Parla Degrelle! Le interviste censurate”

Con Parla Degrelle! viene ripubblicata la prima parte di due lunghe interviste che, nell’ottobre del 1976, il Generale Léon Degrelle rilasciò a Jean Michel Charlier per la televisione di Stato francese, la quale, dopo averne in un primo momento autorizzato la realizzazione, si affrettò presto a censurare le riprese impedendone la messa in onda. Già edite negli anni Ottanta da Sentinella d’Italia, in queste pagine Degrelle racconta, con l’ardore travolgente che lo contraddistingue, la sua esperienza di capo politico del Rex e le vicissitudini che, dagli anni della giovinezza sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, lo portarono a essere uno dei protagonisti indiscussi dell’Europa del XX secolo. In questo estratto esclusivo, riportiamo il Capitolo 1, dedicato alla vita del giovane Degrelle.

IL GIOVANE DEGRELLE

D. – Léon Degrelle potete descrivermi quello che è stato il vostro ambiente familiare? Chi ha favorito la vostra carriera?

R. – Sono nato il 15 giugno 1906 in fondo all’Ardenna belga, a tre chilometri dalla frontiera francese, a Buglione. La nostra casa e il nostro giardino, costeggiavano la Semois, fiume da trote e da lucci, di fronte all’enorme castello feudale di Goffredo di Buglione, quello che fu il capo della Prima Crociata. Così, fin dai miei primi sguardi, sono stato in pieno nelle Crociate! Sono partito alla conquista della Russia Sovietica nel 1941 come il mio predecessore buglionese, era stato a prendere d’assalto Gerusalemme nel 1099!

Pure il paesaggio ardennese mi incitava alla grandezza. Dovunque dei valloni neri. Dei grandi boschi rossicci, cantati da Verlaine la cui famiglia era originaria di Paliseul, a quattordici chilometri a nord di Buglione. Come Rimbaud era nato a Charleville, a trentacinque chilometri a sud.

Ma è vero, il fatto di nascere in fondo ai boschi dell’Ardenna, vicino ad un fiume saltellante ed ai piedi della vecchia roccaforte di un Crociato, non predispone obbligatoriamente ad un grande destino. Sono nati in quella valle stretta, migliaia di Buglionesi tranquilli, che non hanno poi cercato di progettare la rivoluzione nella loro epoca!

Non ho nemmeno beneficiato, nascendo, dall’afflusso di formatori eccezionali. Non ho avuto dapprima che la mia famiglia. Ma una famiglia è lo stesso immensa. Soprattutto una famiglia come si concepiva mezzo secolo fa.

In primo luogo, delle famiglie profondamente cristiane. Non solamente per la fede che si porta in sé, ma per la passione del dono, il bisogno di sacrificarsi, il desiderio di afferrare le anime e di trasformarle.

Ciò che distingueva pure una famiglia di allora, era il suo carattere spartano. Ci si formava con severità. Eravamo numerosi. Dai miei nonni, c’erano stati nove figli da una parte, e tredici dall’altra. E come dire che se tutti i miei zii e zie si fossero sposati, avrei avuto quaranta zii e zie! Un autobus pieno zeppo!

Dopo, l’istituzione non aveva demeritato. Eravamo in otto dai miei genitori. Nove da un mio zio. Dodici da un altro. lo stesso ho avuto sei figli. La media, presso i Degrelle, dal 1590 in poi, è stata di otto figli per famiglia. Ero il duecentonovantatreesimo Degrelle registrato, in linea diretta!

Quando ho fatto la mia comparsa, nessuno, da noi, gettava il denaro per le porte o per le finestre. C’era disciplina. Bisognava sottomettersi prestissimo a costrizioni fisiche veramente faticose. Mi ricordo, avevo otto anni, ero un ragazzino proprio da nulla: eppure ogni mattina, alle cinque e mezzo, nelle grandi notti delle foreste ardennesi, partivo attraverso la valle della Semois, con un’oscurità totale, spesso nella neve alta, verso il vecchio campanile della mia parrocchia.

Una luce, una sola, lambiva il fondo di una stradella: quella del forno del panettiere, a torso nudo davanti alle fiamme arancio. Mi arrampicavo proprio in cima alla chiesa, nel buio, per scale ripide, per andare a suonare Le campane. Un monello di otto anni, che se ne va così tutto solo nella notte, che si arrampica così, nel mistero di una torre, che non perde la testa, ha già ricevuto un’impronta, una lezione.

I genitori che lasciavano fare ciò – che lo decidevano – avevano anche l’idea risoluta di formare i loro figli ad una vita in cui si assumevano i propri rischi.

D. – Vostro padre, credo, aveva già appartenuto all’ambiente politico?

R. – Effettivamente sono stato formato giovanissimo alla politica. Ma non alla grande politica, quella che ho tentato di realizzare in seguito nel mio paese, poi in Europa, per la cui unificazione ho tanto lottato.

Mio padre era Deputato Permanente della mia provincia, il Lussemburgo belga. Mio nonno materno era stato uno dei capi della Destra. Fin da bambino, sono stato immischiato nella vita pubblica, ghermito da essa. Ma, da questo, a voler ingrandire un paese, trasformarlo da cima a fondo, c’era un margine. E soprattutto a voler creare un’Europa unita che rinnovasse le basi del mondo! Era un lavoro di ben altra portata.

Senza pressioni di chicchessia, sono stato posseduto prestissimo dalla passione della politica, della politica regionale, prima, come esisteva in quel tempo nel mio piccolo angolo di Ardenna. Mi è occorso un certo numero di anni per liberarmi di quei limiti stretti.

D. – Giovanissimo, in quel momento, non avevate già fatto una dichiarazione dicendo che un giorno …?

R. – Non appena ho cessato di essere bambino, fu per me chiarissimo che sarei stato altro che un Deputato Provinciale come mio nonno, o un Deputato Permanente come mio padre.

La prima volta che questi è venuto a trovarmi in collegio, presso i Gesuiti a Namur, mi ha detto:

– Hai quindici anni adesso, incominci a pensare al tuo avvenire: cosa vuoi essere un giorno?

Gli ho risposto chiaro e tondo:

– Io, un giorno, sarò Primo Ministro!

Si è prestato questo discorso ad altri uomini politici. Il mio fu autentico, e diretto. E d’altronde, non fu che una evidenza provvisoria. In seguito – non mi si è chiamato «Modesto I» per nulla – ho voluto molto di più!

D. – C’erano pure parecchi religiosi dai Degrelle, credo?

R. – Sì, sì. Tutti i Degrelle sono sempre stati profondamente cristiani. Siamo credenti fino in fondo al midollo.

Ero, da ragazzo, come in famiglia con l’Eterno. È in fondo al mio essere. Più forte di tutto. Più forte della politica.

Il temporale, non l’ho mai concepito che innalzato dallo spirituale. Questa dualità mi avrebbe valso, in seguito, parecchie delusioni. Ma il vero Degrelle, è questo, malgrado le contraddizioni di cui la mia vita, talvolta, ha potuto dare spettacolo. Chi non è mai scivolato? E non ne ha lui stesso sofferto? Sono penetrato da questo Dio che vive in me. I miei sensi, il mio cervello, la mia carne, ne sono come vibranti.

Tutta la mia famiglia era così. Lo è sempre. Ho ancora, adesso, una serie considerevole di nipoti negli ordini religiosi. In Francia. In Belgio. In Africa. In Corea. Avevo tre zii gesuiti. Il mio padrino era parroco della parrocchia di Rendeux-Bas, vicino a La Roche, nelle Ardenne. Mia sorella maggiore era religiosa di clausura del convento della Visitazione a Metz. Questa passione di Dio che ci possedeva tutti in famiglia mi ha veramente stretto, conquistato, da quando esisto.

Se avessi seguito la mia vera vocazione, quella che mi ardeva fin dall’inizio, ebbene non sarei stato che un conquistatore d’anime. Per anni ho voluto questo, ben più, a dire il vero, di conquiste politiche, qualunque fosse la forza dei richiami temporali e delle ambizioni umane che ribollivano in me.

Quando il momento sarà venuto, vi spiegherò perché, come, ho dovuto deviare verso un rigoglio diverso.

D. – Sto per chiedervi di evocare rapidamente un piccolo ricordo della vostra infanzia, quella visita del Maresciallo Pétain a Buglione, vorrei che la raccontaste molto semplicemente.

R. – Durante la mia prima infanzia ho conosciuto tempi ancora più duri di quelli che si viveva normalmente nei nostri focolari ardennesi: ho conosciuto, a otto anni nel 1914, la Prima Guerra Mondiale. Ciò ha avuto, pure, una ripercussione notevole sul mio sviluppo perché abbiamo tutti imparato, per anni, ad odiare i Tedeschi. Non fu soltanto il mio caso, fu il caso di tutto il mio popolo e il caso di tutto l’Occidente. Fu una cosa tremenda perché è questo odio cieco, irragionevole, quasi selvaggio, che ha precipitato l’Europa, nel 1939, in una seconda guerra civile.

Alla fine di quegli anni di privazioni considerevoli, avevo raccolto, nel marzo 1918, una polmonite doppia, tanto, durante l’inverno, vivevo gelato nella mia mansarda, giacché tutte le camere buone della nostra grande casa erano state sequestrate da ufficiali di Guglielmo II. Mio padre, che era un fervente patriota, aveva organizzato ad Arlon, piccolo capoluogo della nostra provincia e nodo di comunicazioni importantissimo, un servizio di informazioni per l’esercito francese. Come personalità politica poteva recarsi nella zona di tappa. Aveva impiantato ad Arlon una rete di operai ferroviari che sorvegliavano le linee che correvano verso il fronte. Egli poté osservare, uno dei primissimi, all’inizio del 1916, che si stava operando nella direzione di Verdun un avviamento gigantesco di unità militari, di artiglieria, di munizioni, di rifornimento.

Aveva così acquisito la certezza che qualcosa di decisivo si stava preparando. Si fissò là sopra. Arrivò a raccogliere numerose informazioni. Ripassava frequentemente la zona di tappa, andava fino a Liegi, aveva lì appuntamenti con agenti francesi in chiese appena illuminate.

E per questo che ricevette dopo la guerra la Legione d’Onore che venne ad annunciargli, fin dal momento dell’armistizio, a Buglione, il Maresciallo Pétain, il povero Pétain, che avrei così ben conosciuto negli ultimi tempi della sua vita pubblica!

Avevo attraversato la nostra borgata con la manina nella mano ruvida di quel grande capo. Devo dirlo, mi sentivo molto preso da quello che stavo facendo! Non appena lo avevo scorto, scendere dalla macchina all’entrata di Buglione per venire avanti a piedi, ero corso verso di lui. La gloria non mi intimidiva, probabilmente perché già, inconsciamente, ne provavo un furioso appetito!

D. – Avete avuto prestissimo anche la passione per i viaggi?

R. – Buglione, è un paesino nascosto in fondo ad una valle, limitato ad est da un monte che si chiama «il Punto del Giorno»: è di là che ci arrivava il sole. L’altro versante della valle, a sudovest, si chiama «il Termine». Quelle due parole m’incuriosivano molto. Non ero mai stato al di Là del «Punto del Giorno», né al di là del «Termine». Erano per me bimbetto, le due estremità del mondo. Al di là, c’era ancora qualche cosa? Una domenica, dopo i Vesperi, non potei resistere filai tutto solo su quella strada che si arrampicava fino in cima all’orizzonte. E allora, meravigliato, scorsi che c’era qualcosa al di là del monte, che il mondo non si fermava al mio «Termine» e che il «Termine» non era che una tappa! Ero là pieno di uno sbalordimento straordinario, quando ricevetti un paio di ceffoni sensazionali: era mia sorella maggiore che mi aveva riacciuffato! Ma avevo scoperto l’universo.

D. – Quando avete superato quel «Termine» quasi mitico?

R. – Ero ancora un ragazzino quando mi sono arrischiato al di fuori dell’Ardenna: sono partito in Germania. Era il mio primo viaggio alla scoperta degli uomini perché in fondo, i viaggi sono questo, scoprire, comprendere, afferrare gli esseri.

La mia piccola conca di Buglione, con i miei bravi Ardennesi, era un poco ridotta. D’altronde, vi dirò una cosa stupefacente: non avevo nulla io, di un Belga di questo secolo.

La mia famiglia paterna era originaria del Nord della Francia, di Solre-le-Chateau, vicino a Maubeuge, dove duecentottantotto Degrelle sono nati durante i quattro secoli che hanno preceduto, i miei fratelli e me. Quelle terre erano appartenute per secoli ai nostri Paesi Bassi. Attraverso mio padre, nato Francese, come centinaia di Degrelle prima di lui non ero dunque originario del Belgio attuale.

La famiglia di mia madre, da parte sua, proveniva, anch’essa, da un’antica regione germanica rapita alla grande unità occidentale, esattamente da Grevenmacher, sulla Mosella, di fronte a Trevm.

Fin da quel tempo, molto più uomo dell’Occidente che cittadino di un paese ristretto, ero teso verso orizzonti più ampi, verso un mondo da scoprire, verso i milioni di uomini che vi vivevano. Avevo preso in prestito una bicicletta, avevo quattordici anni. Era la mia prima avventura, essa mi aveva condotto sull’orlo della Germania dell’Ovest. Ho fatto, subito dopo, una serie di viaggi attraverso le provincie renane, dalla Foresta Nera alla Rhur. Contemporaneamente, mi avventuravo in spedizioni attraverso la Francia, da parenti, lungo le rive della Loira e nel Nord. Da giovanissimo ragazzo ho percorso diecimila chilometri. La mia grossa bicicletta pesava venti chili. Si foravano le gomme quattro o cinque volte al giorno! Ma avevo bisogno di vedere altri esseri umani di vedere quello che li rendeva simili o dissimili.

Quando, vent’anni più tardi, ho voluto, con tutte le mie forze: creare l’Europa unita a fianco di Hitler, ho spinto alle sue conclusioni quello slancio che mi agitava fin dall’infanzia.

D. – Avete pensato al mondo oltre l’Europa?

R. – Il mio appetito, è vero, non si fermava all’Europa: volevo conoscere anche gli uomini degli altri mondi. Per esempio – ciò che pochissimi ragazzi della mia età avevano fatto in quel tempo – andare in America. Allora, ecco! Impressionato dalla persecuzione che pativano i cattolici messicani, decido di andare a raggiungerli. Un bel mattino, mi imbarco ad Amburgo, nel novembre 1929, nel fondo della stiva su una nave da carico, il Rio Panuco. Eravamo sei giovani emigranti vicino alle macchine tra l’odore dell’olio e il frastuono dei pistoni. Ho visitato prima le Antille, specialmente Cuba. Sono sbarcato in Messico, vi ho trascorso parecchi mesi. Sono stato poi in California e nel Texas, ho percorso gli Stati Uniti. Per via, mi guadagnavo da vivere scrivendo servizi giornalistici. Per Chicago e le cascate del Niagara, sono passato in Canadà. Poi sono ritornato a New-York, poi sono tornato nel Quebec. Alcuni anni dopo, sono andato in Africa. Sono stato anche nel Medio Oriente.

Ero ancora studente all’Università di Lovanio quando sono ritornato dal mio viaggio negli Stati Uniti. Tutti i miei compagni erano venuti alla stazione, appollaiati su delle vetture di piazza, per ricevermi. Per loro, ero una specie di Cristoforo Colombo buglionese! Era questa la miseria della nostra condizione di piccoli Belgi, od anche di piccoli Francesi, o di piccoli Europei! Non avevamo una concezione dell’universo. È proprio possibile che se, più tardi, mi sono innalzato rapidamente verso il piano dell’Europa e del mondo, è perché tutta la mia natura mi aveva teso verso quella conoscenza diretta, fin dall’inizio della mia giovinezza.

D. – Avete una vocazione letteraria che si sviluppa pure molto presto?

R. – Ho scritto prestissimo. È così.

Ho sempre letto, anche, enormemente. Delle letture inverosimili all’inizio, perché, effettivamente, dai miei genitori non c’era una grande scelta di libri. In quel tempo, non esistevano nemmeno, nei nostri paesetti sperduti, biblioteche popolari. Buglione era tuttavia una vecchia città dello spirito, che era stata un luogo di rifugio e soprattutto un centro editoriale degli Enciclopedisti; vi sono state stampate le opere di Voltaire nel XVIII secolo. Ho divorato per mesi una vecchia edizione dell’Enciclopedia scoperta nel guazzabuglio delle nostre soffitte.

Dai miei genitori, sì, c’erano, oltre a numerosi autori classici, mal pubblicati e piuttosto indigesti, due o tre dozzine di volumi di Jules Verne, Robinson Crusoé, ed alcuni libri sulla guerra dei Boeri: era magra. Ne rileggevo uno o due ogni giovedì. C’erano, soprattutto, i cinquanta grossi volumi dei resoconti analitici delle sedute del Consiglio Provinciale del Lussemburgo! Vi immaginate ciò nelle mani di un ragazzetto di dodici anni! Mi sono sciroppato i cinquanta volumi, tanto ero divorato dalla passione di leggere!

Andavo a rovistare nelle case amiche. Vi trovato i libri più diversi. Don Chisciotte, scoperto presso un Esattore delle Imposte, mi accese d’entusiasmo per settimane, sebbene non arrivassi bene ad immaginare il mio eroe misurare a grandi passi le pianure di Le Havre e di Calais! Giacché per me la «Mancha», la Mancia, erano Le Havre e Calais. Poi sono andato a finire su Lamartine e su Musset. E sul pesante Paul Borguet. E su René Bazin. E perfino su Zola. Su qualunque cosa!

Percorrevo anche, ogni giorno la cittadina di Buglione per ottenere altri giornali oltre ai due quotidiani che mio padre riceveva.

Ero stato, press’a poco nello stesso tempo, preso dalla passione di tutto ciò che era latino. Questo, è veramente ai miei genitori che lo devo. E Dio sa se, all’ inizio, il tirocinio mi disgustasse. Avevo appena seguito per alcuni mesi lezioni di studi umanistici greco-latini, mio padre aveva preteso di parlarmi a tavola in latino e di farmi rispondere nello stesso latino. Talvolta era intollerabile. Avrei mandato al diavolo l’uovo al guscio e le declinazioni. Poi mi ci abituai, mi adattai al sistema di conversazione. In famiglia, quel linguaggio non era sufficiente. Quando i miei zii gesuiti soggiornavano da noi, mio padre e loro parlavano in greco. Così mio padre mi ha collocato prestissimo, volente o nolente, su quella base potente che è la cultura greco-latina.

D. – Incominciate, in fondo, gli studi, diciamo seri, se volete, a Namur. E prestissimo a Namur scoprite un certo numero di, chiamiamo ciò così, di maestri del pensiero: vorrei ce ne diceste due parole.

R. – Quando mi scrollavo nella mia piccola valle buglionese, il mio orizzonte era limitato, ve l’ho detto, a vicende di provincia: le faccende locali, le campagne elettorali di mio padre, quelle di mio nonno, il tutto in una cerchia ristretta.

Dopodiché, arrivo dai Gesuiti. Studiare nei loro collegi era una tradizione centenaria della stirpe dei Degrelle: da quando la Compagnia di Gesù esiste, le abbiamo fornito un assortimento di Gesuiti ad ogni generazione. Tutti, sempre, abbiamo compiuto i nostri studi da loro. Ne benedico il cielo, perché non ci sono sulla terra dei formatori di uomini come loro.

Allora bruscamente, ivi, atterro su un mondo assolutamente diverso.

Mi trovo a contatto con maestri del pensiero eccezionali. La formazione intellettuale di un Gesuita è straordinaria, egli segue dei corsi fino all’età di trentatré anni. Nella Compagnia di Gesù ci sono sempre stati sacerdoti preparati a tutte le missioni: dei maestri che vi orientano verso le arti, o vi tuffano nella filosofia, o vi rivelano gli incantesimi della Storia e della Politica.

È così che senza indugio sono stato iniziato alle dottrine dell’Action Française. Esse mi avrebbero segnato profondamente. Avevo un professore che mi portava ogni sera nella corte di ricreazione l’ultimo numero dell’Action française, scritto magnificamente, concepito splendidamente. Ma, malgrado l’ammirazione che provavo per Maurras, che fu il più grande pensatore politico del nostro secolo, e l’interesse col quale leggevo le diatribe e le descrizioni di Léon Daudet, violente e buffe – in fondo il mio stile ne ha sentito gli effetti – avevo lo stesso visto abbastanza presto ciò che mancava loro: la passione sociale.

Impiego spesso il termine «passione» perché per me non c’è vita senza passione. Colui che ha solo un cervello, strumento piuttosto debole, s’imbatterà sempre nell’essenziale dell’essere umano, che è il cuore. La maggioranza della gente ha il cervello poco sviluppato, presto atrofizzato. E intellettualmente deludente ma molti possono avere un cuore commovente.

L’immensa massa umana che attendeva, dal XX secolo, un pochino di giustizia, un pochino di fraternità, un pochino di rispetto, si trovava in un abbandono pressoché totale. Si cadeva, socialmente, nel vuoto a bazzicare con le élite borghesi.

D. – Non ne facevate parte?

R. – Confuso all’inizio tra queste, ho perso degli anni. Sì, ho perso degli anni. La mia formazione cattolica mi aveva troppo incatenato alla borghesia. Il mondo borghese era attaccato ai suoi soldi, senza avere neanche capito che il suo semplice interesse materiale era legato al rigoglio della massa operaia. Quando l’operaio guadagna di più, egli spende di più. Mentre il borghese, quando guadagna molto, si siede sopra il suo guadagno e lo rende sterile.

Una evoluzione radicale era indispensabile.

D. – Come si è sviluppata in voi questa idea?

R. – Ciò che mi rivoltava sopra di tutto, era l’ingiustizia. Misuravo a grandi passi i quartieri operai della valle della Mosa, del Borinage, di Bruxelles, dei sobborghi fiamminghi. Esaminavo quelle città ammuffite, i loro cieli striscianti, imbrattati di verde e di giallo dai prodotti chimici. Si parla di inquinamento! Come se l’inquinamento non fosse esistito in quel tempo! Ma quando si trattava della sola massa operaia, tutti se n’infischiavano dell’inquinamento! Non si è trovato l’inquinamento esecrabile che quando la sua pestilenza e il suo sudiciume hanno disturbato il naso, la carnagione, le comodità del mondo borghese! È evidente che se non avessi avuto, a venti anni, applicate sul dorso le cappe di piombo del conformismo borghese, sarei stato, fin dai miei primi passi, ben più volentieri socialista che un ragazzo detto «di Destra». In realtà, non sono mai stato un ragazzo di Destra. Una nazione è tutto. Sinistra, Destra, sono espedienti divisori.

Per me, la prima missione politica consiste nel rendere la gente felice. È evidente che la gente era allora infelice e che il socialismo – cioè una politica sociale attiva – era necessario. Bisognava soprattutto far saltare la dittatura inumana del supercapitalismo che convertiva le nazioni in feudi finanziari.

Fin da quel tempo, ho incominciato a farmi mandare presso i Gesuiti dei pacchi di opuscoli sociali. Quegli arrivi scandalizzavano i buoni padri. Erano, tuttavia, degli opuscoli democratici cristiani inodori, incolori, ed insipidi. C’erano anche delle Encicliche dei Papi! Ma il Vaticano è sempre arrivato troppo tardi. È stato assolutista ai tempi del Liberalismo, liberale ai tempi del socialismo! Adesso la Chiesa si è messa a recitare il Marxismo dopo mezzo secolo di comunismo. Essa scopre saldamente la vita del suo tempo quando il suo tempo è sepolto.

Due grandi obiettivi hanno dunque appassionato la mia giovinezza: da una parte – alla Maurras – la costruzione forte e ordinata dello Stato, basato sui principi d’autorità, di responsabilità, di competenza e di durata, che costituiranno più tardi il fondamento politico del Rexismo; d’altra parte la passione sociale, la volontà di portare agli uomini la giustizia di non fare che tutt’uno con il popolo, in una fraternità costante, di considerare ogni lavoratore come un compagno di vita umana, di edificare, in opposizione all’individualismo borghese e al totalitarismo marxista, una società basata sulla comunità e la solidarietà di tutte le classi, nella quale l’equilibrio sociale sarebbe diventato una realtà, contemporaneamente organica e naturale.

D. – Queste idee, quando avete incominciato a comunicarle al pubblico?

R. – Evidentemente le idee che mi attraversavano la mente, provavo il bisogno di esternarle. È così che ho scritto i miei primi libri. Scrivevo già anche prima di andare al collegio dei Gesuiti.

Mi ricordo, ho scritto nella mia cameretta di scolaro di Buglione un primo romanzo, alla Bazin, cantando la terra e vomitando la lebbra dell’industrializzazione. Si chiamava «Il vecchio Ponte».

Avevo forse dodici o tredici anni? Componevo di nascosto dei poemi, in francese ed anche in vallone. Scrivevo racconti. Li mandavo ad una rivista che si chiamava, se ho buona memoria, «Nostre jeunesse» («La nostra giovinezza»). Era il padre di Jacques Ickx, il grande corridore automobilistico, che la dirigeva. In quei racconti, mettevo in scena le mie sorelle, ma mi firmavo Noel d’Auclin: Auclin era la grande montagna che dominava Buglione, et Noel, è l’anagramma di Léon.

In famiglia nessuno sospettava di nulla, finché un giorno le mie sorelle si sono riconosciute! Avevo imbellito molto poco i miei personaggi! Quale frastuono! Mi misi anche, ma sta volta con la mia firma, a scrivere nel giornale della nostra provincia, che si chiamava «l’Avenir du Luxembourg».

Il mio primo articolo si intitolava «Guardando cadere le foglie». Era romantico, mollo, lacrimoso. Era nel 1921. Avevo sedici anni.

D. – Ed i vostri primi libri?

R. – Uno si intitolava pomposamente «Sulle rive della Loira scintillante». Vi esprimevo già molte idee politiche. La mia brava Mamma passò un inverno intero a ricopiare il mio testo, ornando ogni pagina con miniature, iniziali, arabeschi.

Poi, ho steso un altro libro «Meditazione su Louis Boumal». Louis Boumal era un poeta liegese, morto nella Prima Guerra Mondiale, un poeta incantevole, abbastanza dimenticato oggi. Era stato professore all’Ateneo di Buglione. Solidarietà di campanile! Gli ho dunque consacrato un libro, un libro nel quale Louis Boumal è diventato un Léon Degrelle clandestino. Perché il mio Louis Boumal, lo conoscevo molto poco, e gli ho fatto dire tutto ciò che pensavo. Quel libro esiste sempre. È stato pubblicato in seguito e ha conosciuto un certo numero di edizioni.

In quel tempo, notate bene, mi limitavo esclusivamente all’espressione del pensiero con la penna. Io che avrei tenuto in seguito migliaia di comizi, non mi ero ancora arrischiato ad improvvisare un discorso una sola volta.

D. – I vostri scritti venivano notati? Si è detto che Vandervelde, il capo dell’Internazionale vi ha scoperto prima di qualunque altro uomo politico?

R. – È esatto. Quei primi segni d’interesse mi sono stati dati in circostanze abbastanza sorprendenti. Il più importante, avete detto giusto, fu emesso da Emile Vandervelde, il Presidente dell’Internazionale e grande patrono dei socialisti belgi.

Avevo scritto nei «Cahiers de la Jeunesse catholique» («Quaderni della Gioventù cattolica») un lungo articolo in cui spiegavo come concepivo la conquista apostolica del mondo moderno. In quel tempo, la radio, di un’importanza capitale ai miei occhi, non produceva per così dire impatto. Nella «Libre Belgique» («Belgio Libero»), il più grande giornale cattolico belga, le si consacrava, in tutto e per tutto, una piccola cronaca: «Per gli appassionati di radiofonia». Questa comportava una quindicina o una ventina di righe. Meno della cronaca colombofila.

Il cinema non interessava, anch’esso, che un pubblico ancora abbastanza ristretto. Avevo stabilito tutto un programma di conquista del mondo moderno con i mezzi moderni. Quella ventina o quella trentina di pagine era stata pubblicata nella rivista «Les cahiers de la Jeunesse catholique».

Quell’estate aveva avuto luogo ad Arlon l’accoglienza del Principe Leopoldo e della Principessa Astrid, i futuri sovrani belgi, che facevano la loro Gioiosa Entrata nella nostra provincia. Siccome mio padre, Presidente della Deputazione, assolveva anche ogni tanto le funzioni di Governatore del Lussemburgo, ci eravamo recati, tutta la gente di Buglione, in treno speciale, a quei festeggiamenti. Mentre, usciti dalla stazione, avanzavamo in calca nella via principale che conduce al Palazzo del Governo, ecco che scorgo ad un tratto per terra, calpestato da tutti, un numero del giornale «Le Peuple» su cui era scritto molto spazieggiato in testa alla prima pagina, un titolo a sensazione (per me almeno!): «Il signor Legrelle ha ragione!». Stupore! Raccolgo velocemente il numero. L’articolo era firmato Emile Vandervelde. Il vecchio capo marxista non aveva ben tenuto a mente il mio nome. Egli aveva messo Legrelle anziché Degrelle. Mi citava a lungo e concludeva: «Non c’è che da cambiare il termine cattolico col termine socialista, è esattamente ciò che bisogna dire e ciò che bisogna fare».

D. – Quel grande capo marxista, estraneo al vostro mondo di allora, come vi appare?

R. – Vandervelde era un gran onest’uomo, socialista di una mirabile rettitudine spirituale come ci furono, in quei tempi, a sinistra, dei grandi intellettuali sereni, umani, degli apostoli alla loro maniera. Egli era, inoltre, coraggioso. Contro il suo interesse elettorale, aveva avuto l’energia di imporre al Parlamento belga, malgrado l’opposizione scandalosa dei deputati cattolici sottomessi al ricatto dei voti, la legge soprannominata dei DUE LITRI. Nome strano. Quella legge eliminava radicalmente la vendita dell’alcole nei caffè e ne proibiva l’acquisto nei negozi in quantità inferiori ai due litri. Essa avrebbe colpito a morte l’alcolismo popolare che devastava il Belgio. Ma quella legge aveva anche, lo si capirà, esasperato i bettolieri, i dispensatori onnipotenti, nelle loro osterie, della manna elettorale. Vandervelde, con quella legge salvatrice, flagellava quegli interessi. Tra cento o duecentomila voti concessi o stornati nei caffè, e la salute del popolo, Vandervelde aveva scelto valorosamente la soluzione antielettorale: la salute dei focolari operai. È morto da molto tempo. Ma per quell’atto di coraggio, così raro nelle stazioni di monta equina politiche, gli ridico la mia ammirazione.

Così, essere scoperto da lui mi aveva dato una soddisfazione intensa. Da parte sua, Vandervelde conservò in seguito, come una specie di rammarico per non avermi portato dietro di sé. Leggevo ultimamente in un libro queste parole del vecchio capo: «è proprio peccato che non abbiamo avuto un Degrelle nel partito socialista». Fu peccato anche per me, probabilmente. È certamente perché i pregiudizi «cattolici» ci rendevano fanatici e ciechi che non sono corso a trovare quel vecchio idealista così semplicemente aperto alla gioventù.

Quell’uomo, quando non ero ancora che un ragazzo sconosciuto, giovanissimo, che scriveva in una rivista modesta che nemmeno un solo politicante di Destra si sarebbe preso la briga di sfogliare, mi aveva scoperto perché lui, intellettualmente curioso, aveva la mente sempre all’erta.

Un secondo dirigente socialista mi scoprì poco dopo, pure lui un pezzo grosso dell’«Internazionale» di cui era stato Segretario Generale durante la Prima Guerra Mondiale, Kamiel Huysmans, che sarebbe diventato Presidente della Camera dei Deputati belgi poi Primo Ministro socialista. Avevo scritto su di lui un articolo feroce dopo avere un giorno assistito ad un dibattito in Parlamento. Quello spettacolo mi aveva sbalordito per la sua mediocrità e la sua volgarità. Al ritorno, avevo tracciato in un giornale studentesco uno schizzo del Presidente del serraglio: Kamiel Huysmans: era una spennellatura al vetriolo. L’uomo era vivace, distinto, ma aveva la testa sinistra di un uccello da preda mal nutrito, ornato di un pomo d’Adamo che scendeva e risaliva sopra la cravatta, come un diavoletto di Cartesio. Anziché gridare all’oltraggio, Kamiel Huysmans mi aveva inviato una lettera piena di umorismo. Il mio ritratto lo aveva molto divertito, mi scriveva.

Siamo rimasti in relazione. Alla vigilia di ogni esame universitario, ricevevo da lui qualche parola d’incoraggiamento. Lo si vede, la Sinistra non era necessariamente fanatica …

Infine, e in campo molto diverso, un altro grande uomo mi fece segno: il Cardinale Mercier.

D. – Potreste dirci come?

R. – Il Cardinale Mercier era, in quel primo quarto del XX secolo, l’uomo di Chiesa più famoso dell’universo. Aveva affrontato con un grande coraggio civico l’invasore tedesco del 1914-18.

Un mio piccolo compagno di collegio era di Malines, la metropoli arcivescovile. Si era ammalato gravemente. La faccia tosta mi era stata concessa con magnificenza del cielo: avevo scritto una lettera al Cardinale Mercier, chiedendogli di andare a fare visita al mio piccolo amico. Il Cardinale Mercier era stato probabilmente commosso dalla mia lettera: il fatto è che, sebbene fosse Principe della Chiesa, e subissato di lavoro, era stato a salutare il mio compagno. Mi aveva scritto una lettera affettuosa, per raccontarmi come stava il mio amico.

A partire d’allora, siamo rimasti legati. La sua morte fu uno dei più grandi dispiaceri della mia giovinezza.

I miei grandi contatti, dunque, in partenza: da un lato, il Cardinale Mercier, il grande Arcivescovo, dall’altro il vecchio socialista Vandervelde quasi completamente sordo, chino su un apparecchio acustico di formato gigante, simile ad un fonografo del 1910, ma che comprendeva molto bene! E dopo di lui, Kamiel Huysmans, Mefistofele brillante e sarcastico.

Tali sono le mie prime relazioni nel momento in cui, come un aquilotto sto per lanciarmi per la prima volta nel cielo offerto ai miei vent’anni, spalancato e magnifico.

La tripla scoperta non mi ha stupito più del conto. Essa ha fortificato la mia audacia. l Gesuiti mi hanno preso per mano. I miei primi scritti incominciano a farmi conoscere.

Ma mi scrollo appena, poiché sto solamente per sbarcare, giovane studente provinciale, all’università di Lovanio.

D. – Vorrei, prima di interrogarvi sulla vostra vita universitaria, che mi parlaste dell’affare Maurras e del modo in cui ne avete delineato i contorni.

R. – Ero ancora al collegio dei Gesuiti di Namur. Vi fui immischiato, sì, in una faccenda abbastanza straordinaria. Non solo vi sono stato immischiato, ma in realtà, ne sono stato l’attore principale. Si tratta della condanna da parte del Papa di Charles Maurras, il grande pensatore dei monarchici francesi.

Fu veramente una storia inverosimile.

Eravamo tutti molto impressionati da Maurras e dalla sua scuola «l’Action Française». Egli ha segnato profondamente la nostra epoca. Perfino un de Gaulle fu intellettualmente e politicamente suo discepolo. Il meglio dell’azione golliana fu impregnato dalla dottrina del vecchio teorico dell’Ordine, scrittore bravo, sicuro di sé, con la barbetta scarmigliata, meravigliosamente sordo, ciò che lo liberava di primo acchito dei chiacchieroni e degli scocciatori.

In quel momento, i «Cahiers de la Jeunesse Catholique» conducevano un’inchiesta tra la gioventù del Belgio: «Qual è il vostro Maestro?». Per me, era Maurras! Allora, ciò che egli era per me doveva esserlo automaticamente per tutti!

Durante alcune settimane ho condotto una campagna accanita, tanto ben allestita quanto lo furono più tardi le mie campagne elettorali. Assillavo tutti i giovani, dovunque potessi circuirli.

Sono arrivato in tre mesi a raccogliere il settanta per cento dei voti che furono inviati ai «Cahiers de la Jeunesse Catholique». Tutti, evidentemente sceglievano Maurras! Maurras fu così nominato Maestro della Gioventù Cattolica belga con una maggioranza schiacciante, che era quasi interamente il risultato della mia azione.

D. – In che cosa questo risultato fu come voi dite inverosimile?

R. – Ascoltate. Appena conosciuta quella votazione, ecco che il giornale «La Libre Belgique» («Il Belgio Libero») dove regnava un avvocato chiamato Passelecq – uno spilorcione dei più matricolati – consacra un articolo scandalizzato a quel referendum promaurassiano. Secondo colpo di scena: un prelato francese molto importante, oggi morto da ogni punto di vista, e che si chiamava Mons. Andrieux, Arcivescovo di Bordeaux, si ritiene visitato dallo Spirito Santo e manda una lettera pubblica di felicitazioni a quel Passelecq dai tanfi aciduli. L’«Action Française» ricalcitra a quattro zampe, s’indigna contro l’intervento di quel cardinale, lo rotola nella melma munifica degli oltraggi coloriti di Léon Daudet.

Enorme scalpore sulla stampa!

Fulmine a ciel sereno finale: il Papa in persona rilancia la palla, col vigore di una palla di cannone, nella rete dell’«Action Française», sottoforma di un messaggio clamoroso di approvazione al cardinale anti­maurrassiano, seguito da un bombardamento di scomuniche.

Di modo che io, ragazzino belga di un collegio di Gesuiti, avevo spinto alla rinfusa sul quadrato il cardinale Andrieux, il Papa, Maurras, tutti che si battevano, rompendosi freneticamente le penne e le mitre, il Papa caricando di botte, per finire, con un martellamento sacro del suo pastorale, il povero Maurras stupefatto.Il grande scandalo dell’«Action Française», la grande fiera politico­religiosa che, per anni, avrebbe provocato in Francia ribellioni e interdizioni ex-cathedra, era uscita da una cameretta del collegio dei Gesuiti di Namur, città vallone conosciuta unicamente fin’allora per l’Ode di Boileau a Luigi XIV.

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